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“Ci chiamarono Briganti: noi che combattemmo in casa nostra, noi che difendemmo i tetti paterni. Invece galantuomini loro, venuti qui a depredarci”. 

Questa citazione di Giacinto de’ Sivo che apre il film “1860, Tramonto del Sole” ne riassume alla perfezione l’essenza, la natura, il desiderio di verità che lo ha portato alla luce. 

«Un film verità su una realtà storica mai raccontata, sempre taciuta, di quella fase che, in nome dell’Unità d’Italia, ha portato nel nostro Sud solo morte, distruzione, impoverimento» afferma Pino Marino, regista, sceneggiatore ed anche interprete del film.

 “1860, Tramonto del Sole” è il racconto tutto locale di quegli ultimi, confusi, disperati giorni del Regno delle Due Sicilie, segnati dall’arrivo dell’esercito piemontese e dalla reazione popolare, passata alla storia con il nome di “Brigantaggio”, di Marciano Lapio e la sua banda di briganti. La nostra, a quel tempo, era una terra ricca, operosa, con leggi giuste, fino a quando non arrivarono gli “invasori” atei e ambiziosi che congiurarono per abbatterla e spogliarla.

L’Italia nacque davvero da mille uomini in camicia rossa? O fu il realizzarsi di un grande piano, ordito dall’Inghilterra con il Piemonte sabaudo, fiancheggiato dai “galantuomini” della classe agraria meridionale? 

Il film è ambientato a Troia, cittadina di nobili e antiche origini, ed è stato girato proprio in questa città per la maggior parte, ma anche in tanti paesi dei Monti Dauni, o le grandi città di Napoli, Caserta e Potenza.

I caldi colori del Sud, di campi arsi dal sole e alberi verdi e rigogliosi, i caratteristici suoni del Meridione, di cicale e campane, di bande e dialetti locali. Un mondo che si apprestava al cambiamento, non da tutti voluto. La voglia, il desiderio di riscatto, di riappropriarsi di quello che è proprio ed è stato sottratto con la forza la fanno da padrone nel film. 

La storia di diversi uomini, donne, bambini, famiglie, trovatesi dall’oggi al domani senza più un tetto sulla testa, senza terra, senza un re, senza una guida politica e religiosa in nome di un’Unità forzata. Dal giovane che vede nel suo appezzamento di terra una forma di riscatto, al comandante che ha perso tutto, dai parroci malmenati ai giovani disillusi, dai signorotti furbi e arroganti ai nemici senza Dio.

Attori non professionisti, scelti da compagnie teatrali locali, che – forse proprio per questo – hanno espresso al meglio la propria forza emotiva e compartecipazione. 

La musica, sapientemente composta da Domenico Laquintana, anche ottimo interprete del film, ha lasciato trasparire pienamente la forza del messaggio, la tensione del momento, la speranza e la disillusione.

Il film è frutto di un lavoro lungo quattro anni, interrotto purtroppo dal periodo del covid, opera in gran parte di Pino Marino che, appassionato dell’argomento da anni, ha raccolto e sceneggiato questi eventi storici, cercando sempre nuove fonti (come ad esempio la Gazzetta del Regno delle Due Sicilie e gli antichi annali), ha guidato gli attori partecipanti, ha interpretato il ruolo del Comandante, uno dei più intensi del film, e ne ha perfino seguito la realizzazione pratica, attraverso il montaggio.

Ma da dove nasce la passione e l’interesse per questo argomento? «Da una frase che mi disse mio nonno all’età di circa sette anni: ero piccolo, ma le sue parole mi sono rimaste impresse. Stavo giocando con dei soldatini e pronunciai “uccidiamo questi briganti!” Mio nonno mi disse: “No, non dire così! I briganti sono amici nostri”. Da lì mi è rimasta questa curiosità, questa passione per l’argomento e casualmente, trovando dei libri su una bancarella, mi sono informato sempre di più, andando a studiare documenti ufficiali ed annali. Ho fatto così mio questo tema che è parte della storia di tutti noi, purtroppo da sempre taciuta”.

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