“Finché covid non vi separi”. 

Questa espressione, resa nota nei secoli in una forma molto più impegnativa, quest’anno sembra essere stata sostituita da un concetto non molto dissimile, che riassume il senso di quello che tanti promessi sposi si sono trovati a vivere in questo periodo, segnato dalla pandemia di Coronavirus.

Il mondo del wedding è molto probabilmente il settore che più degli altri ha sofferto per le restrizioni da covid 19, anche a livello psicologico. Da più di un anno, infatti, le sale da ricevimento sono chiuse, ad eccezione di una piccola boccata d’aria da luglio ad ottobre.

Tante coppie sono state costrette a rimandare il proprio giorno più bello, più e più volte, nella speranza di una rapida risoluzione di questa situazione annosa. Non sono mancati supporto e disponibilità da parte di event planner e personale delle sale ricevimento, che hanno rassicurato i propri clienti. 

Ma forse, mentre lo facevano, proprietari e dipendenti di questi posti erano i primi ad essere preoccupati: vedere le luci della propria struttura spente, vederne le sale vuote, silenziose, deve essere stato un duro colpo. E questo soprattutto in virtù del fatto che essi sono stati i primi a risentirne, anche economicamente. 

Blocco dei matrimoni vuol dire tenere fermo quel personale, abituato a compiere km e km con i propri vassoi alla mano; vuol dire cucine vuote, di profumi e di sapori; vuol dire musica spenta, per i tanti animatori del settore; vuol dire cantine e dispense non rifornite quotidianamente e, di conseguenza, crisi anche per i fornitori. Il settore wedding, infatti, coinvolge circa un milione di lavoratori e genera un indotto di oltre 30 miliardi di euro di fatturato.

“Sono vietate le feste nei luoghi al chiuso e all’aperto, ivi comprese quelle conseguenti alle cerimonie civili e religiose” recitavano avvicendandosi i vari DPCM. 

Ma wedding planner, ristoratori ed organizzatori di eventi non sono stati certo fermi a guardare: hanno reagito, si sono reinventati, hanno cercato nuove strategie e le hanno anche proposte ai piani alti. 

Peccato che nessuno li abbia ascoltati.

“Le soluzioni ci sono – ribadiscono – i rimedi si trovano se si vuole. Perché in TV possono ballare e festeggiare tutti insieme, senza distanza di sicurezza, e noi che offriamo addirittura 4 m di spazio a persona dobbiamo stare chiusi?” 

Molti hanno proposto tamponi per tutti: personale, sposi e invitati. 

Alcuni hanno optato per un diverso tipo di animazione: non più balli e contatti ravvicinati, ma spettacoli e concerti con posti a sedere. 

Altri hanno scelto un diverso tipo di ricevimento, dividendo la festa in due diversi momenti, garantendo agli sposi di festeggiare con tutti i loro invitati, in diversi momenti della giornata.

E gli sposi? Per questi ultimi non si tratta solo di una crisi del settore, ma di un sogno che non si realizza, di un progetto di vita mutilato. Molti hanno optato per un rito civile, rimandando quello religioso a tempi migliori; molti hanno scelto la strada della convivenza; molti altri sono rimasti spaesati, inermi e fermi, in cerca di risposte che ancora non arrivano.