È come quando si apre il sipario e comincia lo spettacolo. Arrivando in barca dalla terraferma, è questa l’impressione che si ha avvicinandosi all’Isola del Garda.

La più grande delle terre che emergono dalle acque del Lago di Garda, nella parte occidentale del Benaco, in realtà non fu sempre un’isola. Nel III secolo d.C. il suo territorio era ancora collegato all’istmo del colle San Fermo. È solo nel 243 d.C. circa che, in seguito ad un fenomeno sismico, che l’isola ha assunto l’aspetto attuale. 

Questo lembo di terra nel corso dei secoli ha accolto diverse realtà.

L’isola fu abitata sin dall’epoca romana, come dimostra il rinvenimento di numerose lapidi gallico-romane. Abbandonata, è stata a lungo rifugio di pirati. 

Nel 1220 san Francesco d’Assisi giunse a visitare l’isola e, reputandola luogo ideale per una comunità di frati, fece costruire un piccolo romitorio.

Nel 1227 l’eremo accolse sant’Antonio di Padova e nel 1304, secondo la tradizione, avrebbe ospitato anche Dante Alighieri, che avrebbe ricordato il luogo nella Divina commedia con i versi:

«Loco è nel mezzo là dove ‘l trentino

pastore e quel di Brescia e ‘l veronese

segnar poria, s’e’ fesse quel cammino»

(Inferno, Canto XX)

Con San Bernardino da Siena, l’isola divenne un importante centro ecclesiastico fino a quando nel 1817 giunse nelle mani del conte Luigi Lechi di Brescia, che fece costruire una residenza. L’isola, in questo frangente, divenne quartier generale di una guarnigione sabauda agli albori del Regno d’Italia, in quanto il Lago di Garda faceva da confine tra il neonato stato italiano e i territori austriaci.

Successivamente l’isola passò nelle mani del duca Gaetano de Ferrari di Genova. Pare che la moglie, la nobildonna russa Maria Sergeevna Annenkova, rimase abbagliata dalla bellezza del Palazzo ducale di Venezia e così con il marito concepì un importante e ambizioso progetto, che richiese più di trent’anni per essere portato a termine: costruire l’elegante villa che vediamo ancora oggi in perfetto stile neogotico-veneziano, su progetto dell’architetto genovese Luigi Rovelli. Il palazzo fu arricchito dalle terrazze sistemate a giardino all’italiana, con elaborati disegni di siepi e cespugli fioriti tra i quali è possibile passeggiare ancora oggi e che Lady Charlotte cura personalmente.

Alla morte della duchessa, la proprietà passò alla figlia Anna Maria, principessa infermiera durante la Grande Guerra, in seguito sposa del principe romano Scipione Borghese, noto a molti per il Raid Pechino-Parigi, un viaggio in automobile lungo 14000 km.

L’isola poi passò alla figlia Livia Borghese, moglie del conte bolognese Alessandro Cavazza, che – a mio parere – assomiglia tantissimo ad Alberta, protagonista della mia intervista, figlia di Camillo Cavazza e Charlotte Chetwynd Talbot, che insieme ai suoi fratelli vive ancora nell’isola e dal 2002 ha aperto la residenza alle visite turistiche.

Io ho avuto modo di intervistarla e quello che emergerà da queste parole è la donna Alberta, non la pronipote di un conte, non la proprietaria di una residenza storica e meravigliosa, ma una mamma, una moglie e una grande imprenditrice, legata alla sua famiglia e – neanche a dirlo – alla sua isola.

E lo si evince dai suoi modi, dal suo modo di porsi e da come mi accoglie. È così gentile da venirmi a prendere addirittura alla fermata dell’autobus con la sua auto e, nel viaggio, chiede a me – visibilmente emozionata di intervistarla – di darle del tu. 

Con sicurezza e maestria poi slega la sua barca e inizia il nostro viaggio verso l’isola. Un percorso di venti minuti circa, in cui parliamo del più e del meno. “Sai, ho imparato ad andare in barca da piccolissima”, mi racconta, “per noi è necessità di ogni giorno, non per la vacanza”.

Arriviamo all’isola e Alberta mi fa accomodare ad un tavolino con due sedie in ferro battuto, vista lago, nella splendida terrazza della Villa. Inizia la nostra chiacchierata.

Alberta, com’è vivere su un’isola?

Bellissimo. Io l’ho compreso a vent’anni circa. Sono cresciuta qui, in mezzo a questo verde, con il lago di fronte ai miei occhi ad ogni risveglio. Quando sei fuori casa poi tutto questo ti manca.

Hai sempre immaginato così la tua vita? 

No, assolutamente. Se venti anni fa mi avessi chiesto come avrei immaginato la mia vita, non ti avrei risposto “qui, a vivere e lavorare sull’isola”. Avevo per esempio una grande passione per i cavalli e praticavo equitazione a livello agonistico dai 14 ai 22 anni. Verso i 25 anni ho ricalibrato i miei spazi ed ho un po’ abbandonato l’equitazione che però rimane sempre nel mio cuore. Poi nel 2000 io ed i miei fratelli ci siamo seduti a tavolino e abbiamo pensato a come rendere questa villa autonoma, aprendo così alle visite turistiche ed agli eventi.

Tu e i tuoi sei fratelli, già prima di rendere questa villa una meta per i visitatori, eravate impegnati comunque nel settore turistico, con un’azienda agricola, un campeggio, un agriturismo. Perché scegliere di rendere la propria dimora, quella in cui si vive, una meta turistica?

Semplicemente ci siamo accorti che quasi tutte le entrate delle altre attività servivano a coprire il mantenimento di una struttura così importante come questa. Inoltre, era davvero un peccato non poter mostrare questo gioiellino ad altri. E così, di comune accordo, abbiamo iniziato a lavorarci su per poterne permettere le visite (restauri, pulizie e protezioni), che sono poi iniziate nel 2002.

Ma com’è avere gente che passeggia nel vostro giardino, nella vostra casa? Non sentite la vostra intimità un po’ violata?

Beh, diciamo che non è stato facile abituarsi, soprattutto inizialmente. Ovviamente abbiamo circoscritto la visita solo ad alcune aree della villa, poi all’esterno ed ai giardini per continuare a conservare la nostra privacy, però certo, pur amando questo aspetto, fa sempre effetto vedere entrare turiati nel tuo spazio. Ma li accogliamo con amore, come se fossero nostri ospiti.

Tu hai sempre vissuto nell’isola, quindi parti già da una buona base, ma per esempio tuo marito, i partner dei tuoi fratelli che vivono qui con te, hanno accettato di buon grado di condurre una vita distaccati dalla terraferma?

Io e mio marito ci abbiamo ragionato su, abbiamo valutato in ogni aspetto cosa significasse vivere su un’isola. Sapevamo che sarebbe stato difficile, e parlo proprio in senso pratico: prendere la barca tutti i giorni, più volte al giorno, per arrivare a San Felice del Benaco dove vanno a scuola i ragazzi per esempio o da lì poi prendere l’auto e andare ovunque. Ma eravamo altrettanto consapevoli di quanto fossimo fortunati a vivere in un posto così e a fare crescere i nostri figli in una natura incontaminata, tutta per loro.

Com’è stato rimanere fissi qui nell’isola durante il periodo del lockdown?

È stata una fortuna! Mi sentivo quasi in colpa per la possibilità che avevo di poter “stare a casa” in un posto del genere, immersa nella natura, con tanto spazio in cui passeggiare e far giocare i bambini. Siamo fortunati e grati per questo.

Hai un posto del cuore qui sull’isola? Quel tuo posto speciale in cui ti rifugi quando vuoi rimanere con se stessa?

Beh più di uno, dipende anche dall’esigenza che ho in quel momento. Mi piace guardare il lago, oppure passeggiare in giardino e guardare le infinite varietà animali e vegetali che arricchiscono questa terra.

Che tipo di iniziative offrite qui sull’isola?

Oltre alle visite guidate, alcune sale della villa sono messe a disposizione per matrimoni o cerimonie. Poi ci sono tanti eventi a cui ci siamo aperti da poco: yoga, show cooking e mostre itineranti in giardino.

I nostri giardini, inglese e all’italiana, hanno avuto anche l’importante riconoscimento di essere inseriti nella rete dei “Grandi giardini italiani”.

Avete riaperto con le visite guidate da poco: com’è cambiato il turismo dopo il covid?

Molto. Prima la nostra isola era meta di visite guidate da parte di tedeschi, olandesi ed inglesi per lo più e solo dopo gli italiani. Dopo il lockdown, possiamo affermare tranquillamente che gli italiani sono al secondo posto ora in questo podio, perché in molti sono tornati a capire e valorizzare la bellezza della propria terra.

Alberta, in conclusione ti confesso che sono arrivata qui sull’isola molto emozionata di stare al tuo cospetto perché non sapevo bene chi mi sarei trovata di fronte. Ora vado via felice di aver fatto due chiacchiere con una donna che, a mio parere, pur potendosi permettere di camminare a due metri da terra per la sua storia, il suo casato, il suo vissuto, mi parla quasi da amica. Com’è stato conciliare ogni volta il tuo nome altisonante e la tua persona?

Come vedi io, come i miei familiari, siamo persone normali, alla mano! Lavoriamo, cresciamo i nostri figli, mandiamo avanti la nostra casa, solo un po’ più in grande! Ma ricorda “c’è differenza tra essere nobili di sangue e di sentimenti e nobili nel titolo: io e i miei familiari, ci siamo sempre impegnati a coltivare maggiormente il primo aspetto più del secondo”.